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Come la gran parte degli abitanti di questa zone, Marin parla una lingua romanza, il “favelâ graisan”, un antico linguaggio veneto dell'Alto Adriatico, ma non è di madre lingua italiana. «Allora non c'erano scuole italiane e ho dovuto frequentare quelle tedesche», ricordava Biagio Marin in una sua intervista del 1975. «L'italiano lo si studiava soltanto due ore la settimana ed era una lingua per me pressoché sconosciuta, perché parlavo tedesco e a casa, con gli amici, usavo il dialetto. Infatti, quando in quarta ginnasio scrissi i miei primi versi la lingua che usai fu il tedesco. Ma avevo a Grado una compagna d'infanzia. Si chiamava Maria De Grassi. E un giorno mi disse: "Biaseto, se vuoi fare il poeta. perché non provi a scrivere in gradese?". Quelle parole furono quasi una folgorazione per me. Decisi di darle retta e con mia grande meraviglia i versi mi nacquero con una facilità che non avrei mai immaginato. Quando Maria li lesse confermò la mia impressione. "Ma non capisci che sono molto meglio queste poesie di quelle che scrivevi prima?", disse soddisfatta. In quel momento capii che nel mio paese l'unica realtà che avesse valore era la lingua. La mia gente era tanto povera ma quel dialetto aveva in sé l'anima del mio popolo e quell'anima doveva essere salvata.»
In realtà, per comprendere un aspetto significativo - ma solitamente poco evidenziato - del rapporto complesso tra lingua italiana ed un'idioma storico di diretta derivazione latina come il veneto, bisogna ricordare che dai parlanti questi linguaggi “poveri” sono stati sempre percepiti, anche nelle più particolari ed isolate varianti come nel caso del gradese, diretti eredi di una lingua madre di assoluto prestigio, come quella impiegata dalla nobiltà e dai funzionari della Repubblica di Venezia. Rapporto che deve tener conto, inoltre, del ruolo di primo piano svolto dalla Serenissima nella diffusione della conoscenza della lingua e della cultura italiana, ancor prima delle celebri Prose della volgar lingua del Bembo. In ambito amministrativo ma anche culturale, tra le classi sociali più elevate, si assiste così alla nascita di un'idioma scritto caratterizzato dalla compresenza di elementi veneti e toscani ribattezzato, dai filologi moderni, con il nome di “tosco-veneto”. Lingua ufficiale a tutti gli effetti, che ancor oggi, a distanza di secoli, permette di riflesso a queste parlate di trovare accoglienza in molti pubblici uffici. Questo dialogo antico tra mondo toscano e veneto, sviluppatosi già in epoca medievale per esigenze commerciali, vissuto con minore o maggiore consapevolezza fino ad insinuarsi nella vita di tutti i giorni, ci aiuta inoltre a comprendere meglio e contestualizzare a fondo la presenza di numerosi italianismi (fino ad arrivare a vere e proprie forzature) nei poeti e scrittori di area linguistica veneta nati prima del XX secolo, da Baffo a Goldoni, da Noventa a Marin. Dopo la grande stagione della cosiddetta “poesia neodialettale”, caratterizzata da una riscoperta e valorizzazione dei tratti distintivi dei vari idiomi locali, sull'esempio delle ricerche del giovane Pasolini, questi “corpi estranei” all'interno del testo, spesso mai impiegati dai parlanti del luogo, ci appaiono spesso come elementi disturbanti. Per i poeti delle generazioni precedenti, molto probabilmente, invece, questi inserti erano visti ancora come occasioni importanti per ribadire l'appartenenza ad una medesima origine, riavvicinare e ricomporre ciò che nel tempo si era frammentato, disperso. Qui, tornando a Marin, ci può aiutare molto, crediamo, non solo la lettura dell'opera poetica, nel suo evolversi dagli esordi fino alle ultime prove; ma anche le testimonianze in prosa, dalle lettere ai diari, agli scritti politici e filosofici di Marin, per tentare di avvicinarci alla complessità di un mondo ormai lontano dal nostro, sempre più difficile da decifrare, per non rischiare di guardarlo solo attraverso la lente, sempre deformante, del nostro vissuto.
L'apparente semplicità del dettato mariniano non deve trarre in inganno: ci troviamo di fronte ad uno dei poeti più colti ed aggiornati del suo tempo, con una preparazione filosofica di altissimo livello, unita ad una profonda conoscenza delle lingue, che gli permetteva di leggere in lingua originale i maestri della telogia medievale come Eckart o i libri, appena usciti, di autori come Jaspers ed Heidegger. Nella sua poesia riaffiorano, mai esibiti ma sempre perfettamente metabolizzati ed armonizzati, rimandi ad autori di ogni epoca e latitudine. Come egli stesso ha ricordato più volte, nelle aule dello Staatsgymnasium iniziò ad amare accanto ai nostri classici, in modo viscerale, la grande poesia tedesca, da Goethe a Novalis, da Lenau ad Heine, le cui liriche, di cui molte imparate a memoria, andranno ad influenzare in modo profondo il suo modo di scrivere poesia. Fino nella sua tarda produzione, ad esempio, assisteremo ad un frequentissimo impiego del Vierfüssiger Jambus, del novenario giambico, come ha bene evidenziato Remo Faccani, ed anche la stessa scelta del dialetto gradese, si genera dal bisogno di ricreare nel verso “l'onda”, “la flessuosità del verso tedesco...”. Al di là del novenario, inoltre, si riscontra costantemente nel versificare mariniano un paradigma anfibrachico (ritmo ternario, anche in ternari e senari anfibrachici), ed un paradigma giambico caratterizzato dalla presenza di numerosissimi endecasillabi giambici, fondendo sapientemente, anche in questo caso, suggestioni derivate dalla lettura dei grandi poeti della tradizione italiana: “Dopo è venuto il tempo del Pascoli: andavo per le strade recitando La mia sera e piangevo di commozione”.
Inoltre, come hanno sottolineato più volte diversi studiosi come Zucco e Vercesi, in quest'isola si conservano anche le ultime, corrose tracce di una rara e preziosa forma di canto liturgico connesso al relativo rito patriarchino, specifico delle diocesi di Aquileia. Marin ricorda nei suoi testi più volte la forte suggestione creatasi in lui dall'ascolto di questi canti. Consapevole o inconsapevole che sia, in tutta l'opera di Marin è stata rilevata l'influenza sulla sua opera del canto patriarchino, anch'esso fortemente caratterizzato anch'esso da ritmi ternari, con un andamento solenne, simile a certi ritmi orientali, ascoltato durante l'infanzia quasi tutte le sere nell'antica Basilica di Sant'Eufemia, la “Ciesa granda”, assieme alla nonna durante la celebrazione dei vespri.
Come sempre accade in questo poeta, in modo sincretico si fondono nella sua opera poetica echi di diverse lingue e culture, per cui ritroviamo nelle sue sperimentazioni metriche influssi della grande poesia tedesca, italiana, ma anche di autori indiani, cinesi, da Li Tai Po a Tagore, rivisitati adottando sempre di più, nel corso degli anni, disposizioni asimmetriche ed irregolari dei versi. Il risultato principale di questa visione allargata, piuttosto insolita per un intellettuale italiano di quei tempi, si esplicò in una continua ed insopprimibile tensione - mantenuta per tutta la vita - ad appropriarsi di sempre nuovi e diversi modi d’intendere il rapporto tra l’uomo e Dio, Natura e Storia, partendo da Eckart per arrivare all'amatissimo Lao-tzŭ . In questo senso, in anticipo su molti suoi contemporanei e pur impiegando nei suoi versi un linguaggio compreso da pochissimi, il dialetto gradese, si può ben dire che Marin, da subito, fu un intellettuale di respiro europeo e non soltanto europeo, svincolato dai problemi, spesso sterili ed autoreferenziali, di un panorama culturale sempre piuttosto chiuso verso l’esterno com’é stato, spesso se non sempre, quello del nostro paese. Marin in questo modo raccolse nei suoi versi i segni, sempre filtrati dalla sua forte personalità e quindi non sempre facilmente riconoscibili, di suggestioni e incontri a volte lontanissimi; segni che la vastità e l’apparente ripetitività della sua opera nasconde ma di cui, in realtà, determinano la lenta, quasi impercepibile evoluzione verso un dettato sempre più nudo, musicale, verso lo spazio vuoto e saturo insieme di una dimensione ridotta alla pura essenza. La monotonia e l’immobilità che sembra caratterizzare a prima vista l’opera mariniana (cha tanti studiosi ha tratto in inganno) cede, ad un’analisi più approfondita, allo stupore di fronte ad un accanito e lunghissimo lavoro che procede, michelangiolescamente, per “via di levare”, in cui l’elemento fisico pur apparendo si rivela, alla fine, svuotato da ogni residuo di descrittivismo.
La religiosità di Marin sfugge così ad ogni tipo di classificazione convenzionale, intessendo un dialogo fitto tra realtà fisica e sensuale e il mistero da cui questa realtà è dominata, sospesa tra rinascita e sparizione, confini di luce e ombra tra cui il poeta, attraverso un costante annullamento di sé, si fa puro tramite, restituendo alle cose un volto oltre la morte, la durata eterna, nitida di una voce che sempre si fa vela nel vento di tante voci.
(Ivan Crico, annotazioni inedite a margine del lavoro di traduzione dei testi di Marin, primavera 2021)

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