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RICORDO DI AMEDEO GIACOMINI

 



Verso Pordenone e il mondo




Tal sercli net da li pupilis

dai zovinùs in cieris lontanis

il sigu nòuf da li sisilis,

il veciu ciant da li ciampanis

a colin sensa scaturìju.

<<Ah Diu - a dis la mari - se tars!>>

e dis-ciapinela pal sulisu

a cor a vistisi par zì ju

in Glisia pai ciamps zà clars.


A torna ch’a son un puc pì clars.

A stissa il fòuc, a met a boj

il lat, a distira tai bars

li intimelis blancis, i ninsoj.

A svualin intor li òdulis.

I fis sot il biel suf biont,

a vuardin sensa pì jodilis:

a àn dismintiàt li so sfiòndis

zint ju viers Pordenon e il mont.


Pier Paolo Pasolini



Il treno ricomincia a rallentare. Poco a poco, emergendo dal caos informe in cui fino a un momento prima erano immersi, riemergono timidi, quasi indecisi i lineamenti della campagna friulana. La linea è quella che porta da Trieste, facendo scalo a Udine, a Venezia. Nel capoluogo friulano bisogna scendere per cambiare. Lungo i corridoi, in cerca del proprio binario, si incontrano tra studenti con cappellini, giubbotti tutti uguali e le immancabili Nike ai piedi, gli sguardi tristi dei soldati e le prime prostitute di colore che si dirigono, in vista della notte, verso Trieste o Pordenone. Assonnate, senza trucco, sono vestite con tute da ginnastica, magliette anonime su cui si adagiano, spesso, cupe cascate di treccine ornate di conchiglie. Molte di loro arrivano dalla Nigeria o dalla Sierra Leone; alcune, le più allegre tra loro, probabilmente da qualche zona del Sud America. Parlano in uno strano spagnolo, o forse portoghese, incupito dalla lontananza, dalle loro voci profonde, nasali. Si capisce, da subito, che quello che in questo momento si riflette nei loro occhi è un mondo freddo, destinato a rimanere, forse per sempre, estraneo.

Ci sono spazi, come questi, in cui ci si trova come cadendo nel vuoto. Niente a cui potersi aggrappare. In cui anche rimanere fermi ad aspettare non dipende mai da noi. Ma da orari prestabiliti o, spesso, dai sempre più numerosi ritardi. Allora, anche se il treno che arriva si sa, come accade con questo, che ripartirà solo fra mezz’ora, salire in fretta, quasi facendosi strada tra quelli che scendono, del tutto illogicamente, appare come una specie di liberazione. L’importante è passare in un altro luogo, un altro spazio. Trovare, sdraiandosi sui sedili, una collocazione. Un punto fisso da cui affacciarsi e tornare magari a fissare, con altri occhi, quello che fino a poco prima era assorbito senza scampo dal vuoto. Operai che agganciano le carrozze tatuate durante la notte con le bombolette spray; il venditore di panini, un colombo che scende in volo sul marciapiede di pietra chiara, lisciata da migliaia di passi.


Lentamente prima, poi sempre più veloce, il treno riparte. Poco fuori città, oltre i caseggiati della periferia, si tornano a rivedere i primi pioppeti, qualche gelso, le rogge che scandiscono ritmicamente le distese dei campi. Man mano che si va avanti ci si immerge in un’altra atmosfera, diversa da quella udinese, cittadina e borghese, anche se non più - come la descriveva Pasolini - appartenente ad un mondo contadino, arcaico, legato al succedersi ciclico delle stagioni. Rimangono ancora grandi, a volte immensi appezzamenti coltivati a mais, soia, filari interminabili di vigneti, ma i contadini sono rimasti in pochi. Poche decine di famiglie in cui da tempo, alle molte braccia, si sono sostituiti moderni macchinari. Ai lati delle strade le file di salici gialli, che venivano piantate per ricavarne i lacciuoli per legare le viti, sono state sostituite da insegne di faesite dipinta con slogan triti di banche o di grandi magazzini, sexy-shop, cantine sociali.

Certo, la memoria di ciò che era, quell’immagine di terra romanza fissata per sempre nei versi dei poeti dell’Academiuta, riesce ancora a sopravvivere e sovrapporsi, per un momento, a questi segni di morte che l’intaccano e nascondono, come i bozzoli bianchi, nuvolosi delle processionarie gli aghi verdi dei pini. Ma per quanto? Se nulla, forse, sopravvive all’erosione del tempo come la poesia, questo non basta a salvare, però, i luoghi cantati nei suoi versi. Anzi, forse tutto questo non fa che renderne in un certo senso, mantenendo vive davanti agli occhi queste lucenti immagini del perduto, più doloroso il ricordo. Anche se l’occhio capta ancora, e spesso, angoli sperduti di quiete, fitti boschetti di rovi e acacie, muri calcinati di casolari su cui al mattino, come su di una vela tesa, tra le onde terrose dei campi nudi si riflette la prima luce rosata.


* * *


A Casarsa della Delizia, dove Pasolini visse e scrisse i suoi versi friulani, c’è un’altra fermata. Da lì, poco più che adolescente, mi recavo a piedi verso Versuta, un piccolo borgo dove il poeta con sua madre visse durante la guerra. Ci andavo a piedi, forse l’unico vero modo per capire un paesaggio. Di assorbirne i colori, coglierne i profumi. In macchina, ovunque si vada, è da dietro un vetro, ad una velocità non nostra, che attraversiamo i luoghi. Li attraversiamo; ma questo non basta: l’importante è essere attraversati dai paesaggi che incontriamo. Bisogna respirarli, lasciare che penetrino dentro, in ogni fibra, attraverso i pori della nostra pelle.

Anche a Versuta le cose negli anni sono molto cambiate. Resta ancora però presso una casa colonica, segnalata da una targhetta, la fontana cantata nei famosi versi d’apertura delle “Poesie a Casarsa”:





Fontana di aga dal me paìs.


A no è aga pì fres’cia che tal me paìs.


Fontana di rustic amòur.



Fontana d’acqua del mio paese.


Non c’è acqua più fresca che nel mio paese.


Fontana di rustico amore.


Tra i campi lì vicino si trova anche, mezzo diroccato e senza più il tetto, il “Casél”, una piccolissima costruzione in muratura per tenere gli attrezzi dove, durante la guerra, Pasolini faceva da maestro ai bambini della zona. Rami di alberi entrano dalle finestre senza vetri in quel luogo in cui - esperienza quasi unica in Italia - venivano discussi versi di Penna e Machado, Caproni e Lorca. Nascevano qui, tra i campi, poesie nuove e traduzioni in friulano dallo spagnolo, dal catalano, dall’inglese, mentre si andavano formando alcune delle maggiori personalità della cultura friulana del nostro tempo. Una lezione, dopo quasi mezzo secolo, mai appresa, o solo in minima parte, dal nostro sistema scolastico. Destinata a consumarsi, probabilmente, tra quelle macerie. Macerie che però, riprendendo un pensiero di Wittgestein, diventeranno “ alla fine un mucchio di cenere, ma sulla cenere aleggeranno spiriti”.

A Versuta abita ancora Ernesta, una gentile contadina che aveva affittato una stanza a Pasolini e a sua madre quando Casarsa, per via dei bombardamenti, era diventata troppo pericolosa. Racconta di quando morì Guido, il fratello, nella strage di Pòrzus, e Susanna rimase per giorni abbracciata a Pier Paolo fissando, lontane, le cime azzurrine delle montagne.

Chiacchierando insieme, ogni tanto mi diceva in veneto: “Pasolini el iera un omo bon, bon”. Sempre gentile e disponibile, era molto amato dalla gente semplice di qui che ancora non si capacita delle modalità della sua morte.

Raccontò, prima di congedarsi, che un giorno gli chiese: “Dimmi, Pier Paolo, poiché io sono ignorante e non capisco queste cose, secondo te, che hai studiato, esiste Dio?”. Lui, dopo un attimo di silenzio, le rispose: ”Dio c’è”. E tornò a ripeterci questa sua risposta fissandoci con un’aria solenne, come a volerla sottolineare meglio, per tre volte di seguito.


Proseguendo ancora si arriva a Codroipo del Friuli, dove vive Amedeo Giacomini. Piccolo di statura, la barba bianca, il suo corpo come il suo sguardo tormentato trasmettono un’energia interna che i malanni fisici, le dure prove che ha dovuto attraversare, non sono riusciti a spegnere. I suoi lineamenti ricalcano la tempesta interiore in cui, fin da giovane, ha dovuto dibattersi. Spirito combattivo, polemico nel voler ristabilire ad ogni costo la verità dei fatti quando la vede minacciata. Parla nelle sue liriche di giorni immersi nel buio crogiolo della malinconia -Tal grin di Saturni, nel grembo di Saturno come dice una sua poesia - ma segnati nel fondo da una “barbara speranza” che lo porta, ugualmente, ogni giorno a tentare di ricominciare daccapo:




Jo, nassût di zenâr,

fì de ploe e de nêf,

tampieste tal cour di une mari

ch’a no mi voleve,

(campanotà di cjampanis

a saludâ il miò no volê jessi tal mont...).

Ste’ barbare speranze

ch’a ti à fat vivi tal grin dal jessi,

grin di Saturni, ti puarte, madrac vert,

a sbrissâ ta lis sfesis,

ombrene malade, gjat avostan...

Il fouc e la sinise, cjalde cjaresse

sul trimâ dai vues, ti sburtin

ogni di a sercjâ di scuminsâ...



Sulle pareti, tra i molti quadri, pende un lavoro in pelle di Luciano Fabro, il grande artista concettuale, che è anche suo cognato. Ne possiede molti altri, forse anche più belli, ma, dice, non c’è spazio sufficiente. Dietro a lui, invece, si staglia una delle più belle incisioni di Zigaina regalatagli in occasione della pubblicazione del libro Mistieroi- Mistirus, con una prefazione di Padre David Maria Turoldo, in cui appare la sua traduzione in friulano del famoso poemetto di Zanzotto.

Amedeo fuma in continuazione. Spegne nel posacenere già colmo una sigaretta dopo l’altra, affondato nella poltrona del suo salotto, mentre il cane Mozart - il “salvato dalle acque”, l’ultimo di una cucciolata destinato a morire - gli si infila sotto le gambe, guarda incuriosito gli ospiti o si volta verso Sandra, la moglie di Amedeo, in cerca di una carezza. Mozart deriva il suo nome dalle sue insolite qualità canore: più che abbaiare sembra inseguire, con grazia, qualche confusa traccia melodica ascoltata in chissà quale altra vita.




Il cjanut ch’a’ ti sta intôr,

botul dols e pelôs di cjarinâ

quant che il cour, lat d’ aghe lamie,

al trime intal glas di une vite

ch’ ’a ti rive al sveati svintade,

chel bastart squasi ros che il segret

al cognos dal sta par sé sense dolê -si

se il frêt distac di cheâtris

a’ lu insît sicu piere tal quadri,

al dà la misure, bajant,

dal tió jessi siarade e lontane...

(...)



Giacomini, come anche Ida Vallerugo, si è dedicato alla scrittura in friulano dopo aver iniziato come apprezzato narratore e poeta in italiano. E, anche in questo caso, l’occasione scatenante è stata il terremoto, come una sveglia che abbia bruscamente riportato alla realtà, alla propria prima esperienza della realtà, due tra i più raffinati sperimentatori in lingua della nostra regione. Come un conto in sospeso, dimenticato nel tempo, che chiedeva di essere saldato. Un appuntamento, di cui non si sapeva nulla, ma che ugualmente non si poteva più rimandare.

Oltre a Pasolini, oggi, è difficile trovare un altro autore nella storia poetica del Friuli un autore della statura di Giacomini: opera dopo opera, fino alle ultime, altissime prove, la sua produzione lirica si è imposta come una delle esperienze più importanti nella storia della letteratura italiana (anche se, a differenza degli altri grandi nomi della poesia in dialetto tutti editi da grande case editrici, i piccoli, molto raffinati editori con cui ha pubblicato, non sono mai riusciti a farlo conoscere bene al grande pubblico ). Filologo finissimo, traduttore dal francese, di testi provenzali e dell’Historia Longobardorum di Paolo Diacono, dirige tra l’altro la fondamentale rivista dedicata ai dialetti Diverse Lingue. E’, inoltre, un grande conoscitore degli uccelli e questa sua esperienza è confluita nei suoi due trattatelli intitolati L’arte dell’andar a uccelli con vischio eL’arte dell’andar a uccelli con reti.

Se la lingua di Pasolini è quella materna, elegiaca, in cui il confronto con la realtà si scioglie sempre in una visione lirica e trasognata, addentrata in una lontananza quasi mitica, il friulano adottato da Giacomini è quello duro, intercalato da imprecazioni violente, dei padri. Il confronto con l’esistenza, nella poesia di Giacomini, non è separato dal diaframma delle mediazioni. Come nella vita, la sua parola penetra direttamente nel cuore delle cose.


A’ si reste chi a regjistrâ events,

suts i vôj, doprant peràulis

ch’a no nus làssin scjamp,

vueits di sens e di spassi

intal reliquiari ch’al fo dai siumps.

E a’ no si vores ch’ ’a si jevassi buere

a tirâ- sú i ôrs dai dîs,

a mostrâju crots intune lûs di vêri.

Li piíssimis mòscjis a’ nus svuàlin intôr

insiliôsis ’romai pluj di vècjus sarpints.

I lassin lâ la man sul ôr dal sfuej

fermant ancje i zesç.

Un orloj di lontan

al bat intal sanc òris di pene.


Un affondo doloroso, spietato a volte, ma naturalmente votato al canto, come se, nelle sue poesie, anche l’aspetto più brutale della vita non fosse destinato ad altro che a questo: a un canto ininterrotto che, come negli uccelli accecati da richiamo, si conclude solo con la morte. Un’estrema dissipazione di sé fino ad annullarsi, ma che resta il prezzo da pagare per dare una voce all’esistenza che arde dentro di noi.

Perché ciò che distingue subito l’opera di Giacomini, la rende diversa da quella di molti altri scrittori in lingua e in dialetto contemporanei, è proprio la profonda musicalità che permea tutti i suoi versi. E non si tratta, qui, soltanto di lirismo, ma di vera e propria musica, come se, a seconda delle stagioni della vita o degli stati d’animo, egli sia andato componendo di volta in volta un tango o un preludio orchestrale, una composizione corale o un lied, un canto d’amore.


Tu èris pai miei làvris

more madure di morâr.

A ti rideve tai vôj ’ne dolse sede,

promesse a traimi-four

di là che il sorêli al ere une feride,

aghe clare, lusinte

pa la mê sêt di sbisse

sbrissade fra li’ sfésis dal estât.

O li fiéstis de viarte

su la cise dai rosârs!

Il tió cuarp di agane

al fermave la lûs

tanche sui pètuj li’ pèrlis de rosade.

Strénzilu, peâti

al fo jessi agnul

colât tal cour dal mont,

ta une tiare uarbe di pecjât.

Pò al vigní misdí; pò sere...

Vualive si speglave tai flancs

ne strache pâs:

al suplît amôr

la glorie dai cuarps scunîts

a no j bastave.

Ti ài piardude par pôre di no savê

peràulis a disi la fan di té rinade;

j’ ti ài piardude ch’ j’ eri cjoc

inmò di ben e di bieltât...

Amôr, se pùar ch’ al é il lengas de gionde!

Mitût di bande

j’ mi disfâs cumò in tardívis soledâts.


Sono i suoi ultimi lavori comunque, come questi, a rappresentare i vertici della sua produzione. Presumut unviâr e In âgris rimis sono i libri della maturità, dell’avvicinarsi dell’ultima stagione della vita. Del farsi inverno, lasciate cadere le foglie come gli alberi, in un’estrema economia dei propri mezzi espressivi per fronteggiare l’attacco del nulla, del gelo. La parola si scarnifica, come restringendosi in un unico punto e rilasciando così, in seguito, la luce limpida nata da questa sempre più tesa concentrazione.



Al cale il sorêli sul cîl dal mont

turbul ’romai dei siumps scuminsâts.

Intôr de’ cisis, grìviis d’ ombrene,

a’ svuàlin i gnòtui inmubinâts.

Tra poc ’a muardarà la suite

i ôrs de gnot cu dinç dal siò strît

ch’ al plate ogni revoc maturît.

A é l’ore di piardi-si in sé

fats grancs di scusse dure

a strenzi il segret dal cour ch’al madure.


Non cambia il paesaggio descritto, ma la volontà di fuga presente nelle sue raccolte iniziali via via scompare per lasciar posto ad un incontro, sentito senza via di scampo, con il proprio destino.



(...) Bisugne imparâ a resisti.


No a lâ vìe. No a restâ,

a resisti,

ancje se di sigûr

varin smenteanse ancjemò, dolûr.


Le opposizioni brucianti, insanabili, che lo hanno tormentato per tutta la vita, tendono allora a dissolversi. Anche il dolore, così a lungo patito, pur senza estinguersi, anzi, sembra oltrepassato e si aprono allora, improvvisi, inattesi, squarci inattesi di liberazione.


(…) Il timp a si è fermât: oh il plasè

di sveâ-si di bot liberâts!...


* * *


Pordenone, tra tutte, è forse la città che ha subito più trasformazioni fra quelle del Friuli. A partire proprio dall’uso del friulano che, qui, è stato sostituito da una parlata veneta importata dalla media borghesia quasi a segnare, una volta per tutte, il distacco dal mondo contadino. Da borgo rurale, difatti, nel giro di pochi decenni si è trasformata in uno dei centri industriali del Nord Est.

Le tracce del lavoro iniziato da Pasolini, però, non sono state cancellate. L’amore per la poesia sopravvive nell’opera di molti confluendo in importanti pubblicazioni a cura delle “Edizioni Biblioteca dell’Immagine” e, sopratutto, grazie a Gian Mario Villalta che qui ha portato in una serie di incontri i più importanti poeti italiani, da Fortini a Sanguineti, da Loi all’Anedda.

Alla fine del viaggio, di questo itinerario lungo le tracce di Pasolini e insieme della poesia in friulano, giunto a destinazione, nella torre antica di mattoni che hanno trasformato in una bella enoteca, tra il fumo e il tintinnìo dei bicchieri, guardo Gianni D’Elia mentre parla con la sua voce sottile. I capelli ondulati e fluenti, la barba, sulle guance, morbida e rada come quella di certi orientali, gli occhi vivi e attenti sotto le lenti cerchiate da una sottile montatura dorata. Le dita chiare ed eleganti. Aperto e disponibile, a tratti nella sua voce, tra i discorsi, s’insinua una nota dolorosa, come assorbito da qualche memoria triste che l’attraversa dal fondo del tempo.


...quanto più di me vivo privo,

non tardare nel nome dell’amore

a sentire levare lo sguardo del mattino

che passa in una solitudine perenne.


Con tanto silenzio la vera stagione,

anche se l’inverno è ovunque,

si alza altissimo nel cuore

dove udire e scorgere ogni volta.


Agli inizi d’autunno del’75 Katia Migliori, che stava allora allestendo l’indice ragionato della rivista Officina, telefonò a Pasolini per chiedergli un incontro. Il poeta le promise che finito il montaggio di Salò, a cui stava lavorando, l’avrebbe attesa a Casarsa, dove si sarebbe recato per qualche giorno a riposare. A quell’incontro doveva esserci anche Gianni D’Elia. La morte di Pasolini non rese mai possibile quell’incontro. La nostalgia per la scomparsa di un maestro come Pasolini veniva ad assommarsi così a quella, altrettanto bruciante, per un incontro che non è potuto accadere. Forse è stato anche questo avvenimento a far sì che nell’opera del poeta pesarese si ripresenti di continuo la figura di Pasolini, come se il lutto per quell’incontro così brutalmente sottratto dal proprio orizzonte, non potesse esaurirsi. Come se quel vuoto non si possa tentare di colmarlo che cercando, oltre la morte, un colloquio mai avvenuto. E sono qui anche per questo. Marin abitava a pochi chilometri da casa mia. Ero un ragazzo molto timido, allora. Leggevo ed amavo le sue poesie ma avevo paura di confrontarmi con un poeta così importante. Non mi decidevo mai e così, un giorno, mi arrivò la notizia della sua scomparsa. E capii che nella vita non si deve mai rimandare nulla, in primis l'andare incontro a chi amiamo. Per questo decisi, qualche anno dopo, di spedire le mie prime, incerte prove nella mia parlata nativa ad Amedeo, con la certezza – errata – che non potessero interessare a nessuno. Trovando in lui, invece, un attento lettore, una guida insostituibile e, ciò che più conta, un amico disinteressato. Spietato e affettuoso come devono essere i veri amici.


Mentre ci alziamo per uscire il locale comincia ad affollarsi e, nel rumore che aumenta, si fondono confusi i saluti. L’aria di marzo già buia, fredda si dischiude oltre la porta. Gianni, accompagnato da amici, se ne va in direzione dell’albergo. La piazza di Pordenone per un momento, come in un sogno, resta irrealmente vuota, senza macchine, passanti.

Guardo gli alberi, tornando a piedi verso la stazione. Pensando a come bisognerebbe ripartire da qui, imparare dal silenzio di quella forza nascosta che costringe queste piante a mille contorsioni pur di sciogliersi dall’ombra in cui sono state piantate, quel bisogno di luce gridato da ogni ramo, ogni stelo tra i muri alti, i mattoni anneriti, scabri delle case.



Nota.



Conobbi Amedeo Giacomini nel 1992. Gli avevo spedito le mie prime poesie più di un anno prima, lettore appassionato dei suoi libri e dei suoi interventi critici, senza ricevere alcuna risposta. Dal momento che lo stimavo molto, interpretai quel lungo silenzio come una severa bocciatura. Una pietra tombale, pesantissima, calata sui miei primi esperimenti nella mia lingua madre, l'arcaico “sermo rusticus” veneto bisiàc. Così decisi di non mandare più nulla ad altre riviste, premi, e di continuare a scrivere soltanto per me stesso. Lo ricontattai, sollecitato da un mio insegnante di pittura all'Accademia di Belle Arti di Venezia, che mi aveva chiesto di cercare alcuni testi poetici dedicati al vino, per accompagnare le foto di alcune nostre opere, per un catalogo che doveva curare. Al telefono mi presentai soltanto con il mio nome ed Amedeo, grande esperto d'arte e sempre felice di conoscere giovani interessati alla cultura, mi disse di andare a trovarlo assieme agli altri allievi miei amici. Arrivati a Codroipo, quando sentì il mio cognome, mi disse: “Ma tu sei mica Crico, quello che scrive poesie in bisiàc?”. “Sì, scrivo anche poesie, oltre a dipingere...”. E lui, guardandomi con quei suoi occhi furbi, attraversati da lampi improvvisi, mi rispose gridando e ridendo: “Ah, disgraziato! Da più di un anno ti cerco! Ci hai mandato la busta senza un recapito, senza un numero di telefono! Avevo deciso subito di pubblicarti ma ci serviva una tua firma per farlo!”. Il progetto del catalogo poi naufragò miseramente ma, senza di esso, probabilmente la poesia, nella mia esistenza, rischiò di rimanere per sempre un fatto del tutto privato.

Andavo a trovarlo in treno, Amedeo, non avendo la patente. A casa sua incontravo spesso anche Gigi Bressan e Gianmario Villalta, che mi aiutarono molto, in quegli anni. Oltre che alla redazione di “Diverse Lingue”, Amedeo propose anche al poeta Gianni D'Elia di pubblicare alcune mie liriche sulla sua rivista “Lengua”: rivista memorabile, che tra le prime accolse e valorizzò l'opera dei nuovi poeti che scrivevano nei loro idiomi locali. Questo racconto di viaggio, inedito, risale a quegli anni, scritto tra il 1994 e il 1996. Parla di un mondo in cui molti autori della nostra regione, oggi molto noti, operavano ancora in uno stato di semiclandestinità. Condizione ideale per elaborare pensieri ed iniziative svincolate da ogni condizionamento esterno. Amedeo fu, per tutti noi, un punto di riferimento ineludibile, fino alla fine del suo tragitto terreno. Dopo la sua scomparsa, sono cambiate molte cose. Voglio ricordarlo allora con parole scritte in presa diretta, quando potevamo ancora parlarci, condividere comuni difficoltà e tenaci speranze, con un testo privo dei filtri spesso ingannevoli della memoria, sotto l'ala tutelare di Pasolini, per non velare con l'oscurità che ci avvolge oggi uno dei più importanti, limpidi incontri della mia vita.


(Intervento apparso sulla rivista  "In Aspre Rime. Quaderni delle letterature dialettali e delle lingue minori" , Campanotto editore, 2019

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